Continuano le celebrazioni a Robert Mapplethorpe, il grande fotografo scomparso nel 1989, che ha colto con la sua arte il rapporto tra fotografia, tradizione classica e stampe manieriste.
Gia nella retrospettiva al Guggenheim museum di New York curata da Germano Celant e Arkady Ippolitov, gli autori si proponevano di esplorare il dialogo che intercorre tra le fotografie dell’americano e la tradizione classica da Raffaello in poi. Una eccezionale selezione di opere manieriste provenienti dall’Hermitage di San Pietroburgo sono state affiancate agli scatti più significativi e scandalose di Mapplethorpe.
Si sono confrontate e analizzate le influenze e il modo in cui il fotografo ha saputo rielaborare l’influenza del manierismo in modo assolutamente originale. Come ha saputo reinterprare l’energia emanata dalle figure umane, cariche di eros e bloccate da un’energia tutta interiore. Spiega Celant nell’introduzione al catalogo della mostra, Mapplethorpe ha saputo “glorificare il potere e la moltiplicazione dell’eros esaltandone la pluralità delle sue espressioni, i suoi movimenti diversi e irregolari ed il disordine che provoca nelle identità degli individui”.
Di origine irlandese, educato da una madre cattolica, Robert Mapplethorpe ha avuto un rapporto contraddittorio e incoerente con la spiritualità. Le sue immagini affiancano ai corpi scultorei dei modelli, le sculture e le stampe fiamminghe che suggeriscono una bellezza fuori dal tempo e ben si armonizzano ai corpi levigati di Derrick Cross o Lisa Lyon. Le fotografia di Mapplethorpe prendono così vita tridimensionale e si avvicinano in modo strabiliante alla scultura.
L’antico riemerge nella immagine di spalle di Ken Moody del 1983 dove il fotografo si interroga sulla caducità e sull’eternità della bellezza. Non c’è foto, infatti, che non lasci trasparire quest’ambivalenza, rivolta verso l’armonia dell’antico e protesa verso il caos del futuro.
Scrive ancora Celant che il richiamo di nudi e intrecci erotici che rimandano a Canova, Pollaiolo, Leonardo sono solo la maniera di trovare un’idealità nella sua vita, quanto nelle sue immagini che supera la sua dimensione storica e le sue inclinazioni interiori di artista omosessuale, al pari di Michelangelo e di Pollaiolo.
La raffigurazione della morte naturalmente compare come Allegoria della Vanità, il modello è un’incisione del XVI secolo di Jan Saenrendm che Mapplethorpe reinterpreta con uno scatto poco prima di morire con un agghiacciante teschio.






















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